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Soltanto Elpis, la Speranza, rimase dentro il carcere indistruttibile, sotto l'orlo del vaso, e non volò fuori.

SOTTO IL SEGNO DI EPIMETEO
Tutti conoscono la storia di Prometeo, colui che prima pensa e poi agisce, pochi conoscono la storia di suo fratello Epimeteo, colui che prima agisce e poi pensa. Eppure i loro destini sono inscindibili.
«Vi fu un'epoca in cui gli Dei esistevano, ma gli esseri mortali non esistevano ancora. Quando arrivò il tempo destinato alla loro nascita, gli Dei li formarono sotto la terra, con terra, fuoco e tutto ciò che si mescola con questi elementi. Volendo portarli poi alla luce, gli Dei ordinarono a Prometeo e ad Epimeteo di ornare quegli esseri e di distribuire tra di loro le capacità secondo quanto a ciascuno di loro spettava. Epimeteo ottenne da Prometeo di poter procedere da solo alla distribuzione. L'imprudente distribuì tutto tra gli animali, in modo che l'uomo restò completamente indifeso e nudo. Così il provvido Prometeo non poté fare a meno di rubare il fuoco e le arti di Efesto e di Pallade Atena dal loro tempio comune, per regalarli al genere umano. Da allora l'uomo è capace di vivere, ma Prometeo - per quanto la colpa fosse di Epimeteo - fu punito per la sua azione. E fu punito, come era giusto, tramite il fratello Epimeteo.
- Figlio di Giapeto, tu che sai più di tutti gli altri, tu ti rallegravi di aver rubato il fuoco e di avermi ingannato; ma ciò sarà a danno tuo e degli uomini futuri. Essi infatti riceveranno da me, in cambio del fuoco, una maledizione di cui gioiranno, circondando d'amore ciò che costituirà la loro disgrazia.
Così parlò il padre degli Dei e degli uomini e rise. Egli ordinò subito a Efesto di mescolare un po' di terra e acqua, d'introdurvi voce umana e forza e di creare una bella e desiderabile fanciulla simile nell'aspetto alle Dee immortali. Ad Atena fu ordinato di insegnarle l'arte di tessere, lavoro femminile, all'aurea Afrodite di circonfondere la testa della fanciulla di fascino amoroso e di desideri struggenti. A Ermes Zeus ordinò di dotare la fanciulla di una spudoratezza da cagna e di fallacità. Tutti obbedirono all'ordine del sovrano. Il celebre artefice fece con la terra l'immagine di una pudica fanciulla. Pallade Atena la ornò di una cintura e di una veste. Le Cariti e Peito le misero al collo una collana d'oro. Le Ore inghirlandarono la fanciulla con fiori primaverili. Ermes le pose nel petto la menzogna, le lusinghe e l'inganno. Il messaggero degli Dei le conferì voce e chiamò la donna Pandora, poiché tutti gli Olimpici l'avevano creata come un dono, a danno degli uomini mangiatori di pane.
Quando fu pronta l'insidia minacciosa, contro la quale non vi è difesa, il padre inviò il celebre e veloce messaggero da Epimeteo, con il dono. Questi non si preoccupò di ciò che Prometeo una volta gli aveva detto, cioè di non accettare alcun regalo da parte di Zeus, bensì di rimandargli tutto, affinché nessun male derivasse ai mortali. Prese il dono e solo in seguito si accorse del male. Prima il genere umano era vissuto sulla terra senza alcun male, senza fatiche e malattie che dovessero portare alla morte gli uomini. Ora invece la donna levò il coperchio del grosso vaso e lasciò che si diffondesse dappertutto il suo contenuto, a triste scapito degli uomini. Soltanto Elpis, la Speranza, rimase dentro il carcere indistruttibile, sotto l'orlo del vaso, e non volò fuori. Davanti a lei la donna chiuse il coperchio, secondo la volontà di Zeus. Il resto dello sciame, innumerevole e triste, circola da allora dappertutto tra gli uomini e la terra è piena di male e pieno di male è il mare. Le malattie colpiscono gli uomini di giorno, vengono inattese di notte, fatali e mute, poiché Zeus astuto negò loro la voce. Non vi è dunque alcuna via per ingannare la perspicacia di Zeus.
La storia della creazione della donna continuava raccontando come la giovane creatura, di fresco venuta al mondo, avesse levato per curiosità il coperchio di un recipiente del tipo di quei grandi vasi di terracotta in cui noi ancora oggi conserviamo l'olio e il frumento, lasciando libero lo sciame dei mali che vi erano rinchiusi. Con questi mali, e precisamente con le malattie, venne nel mondo anche la morte e così si compì la distinzione tra gli uomini e gli Dei immortali.
(K.KERENYI, Gli dei e gli eroi della Grecia, Garzanti, Milano, 1982).
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Affetto
Affetto (ingl. Affect; ted. Affekt; fr. Affect). Termine psicoanalitico che indica l’espressione qualitativa della quantità di energia pulsionale. L’affetto può essere infatti penoso o gradevole, vago o specifico, a scarica violenta o a tonalità diffusa. Secondo S. Freud l’affetto è sempre legato a una rappresentazione (v., § 1, a) perché affetto e rappresentazione sono le due modalità con cui ogni pulsione si esprime.
1. PSICOANALISI. — II concetto di affetto compare nelle prime opere di Freud, che interpreta la sintomatologia isterica a partire da un evento traumatico a cui non è seguita una scarica dell’affetto ad esso connesso. In questi casi l’azione terapeutica consiste, tramite la rievocazione del ricordo, nel provocare la reviviscenza dell’affetto, consentendone il deflusso. Qualora l’abreazione (v.) non abbia luogo e l’affetto rimanga bloccato, tre sono, per Freud, gli esiti possibili: «Conosco tre meccanismi: 1. conversione dell’affetto (isteria di conversione); 2. spostamento dell’affetto (ossessione); 3. trasformazione dell’affetto (nevrosi d’angoscia, melanconia)» (1887-1902, p. 74). Le tre variazioni sottintendono un’autonomia dell’affetto dalle sue manifestazioni per spiegare la quale Freud ricorrerà alla distinzione tra affetto, che è la traduzione soggettiva della quantità di energia pulsionale, e importo d’affetto (Affektbetrag), che è la dimensione quantitativa dell’energia pulsionale, a proposito della quale Freud scrive che «corrisponde alla pulsione nella misura in cui quest’ultima si è staccata dalla rappresentazione e trova un modo di esprimersi proporzionato al suo valore quantitativo in processi che vengono avvertiti sensitivamente come affetti» (1915, p. 43). In seguito Freud formulerà l’ipotesi genetica degli affetti secondo la quale essi sarebbero «riproduzioni di eventi più antichi, di vitale importanza, magari preindividuali, e questi affetti li paragoniamo, quali attacchi isterici universali, tipici e innati, agli attacchi della nevrosi isterica, acquisiti tardi e individualmente» (1926, p. 281).
O.Fenichel elenca tra i meccanismi di difesa contro gli affetti: a) il blocco (v.) che si tradisce nei sogni, nei sintomi e nelle formazioni sostitutive, b) la posposizione (v.) con manifestazione ritardata della scarica affettiva, e) lo spostamento (v.) che trasferisce l’affetto connesso a una rappresentazione intollerabile su un’altra rappresentazione di per sé indifferente, ma che in seguito allo spostamento dell’affetto diventa oggetto di un’attenzione ossessiva, d) la formazione reattiva (v.) che si produce nel tentativo di dominare un affetto inaccettabile con l’esagerazione della tendenza opposta, e) l’isolamento (v.) dell’affetto dall’intera connessione psichica, f) la proiezione (v.) attraverso la quale si attribuiscono ad altri quegli affetti che non si accetta di possedere.
2. PSICOLOGIA ANALITICA — C.G.Jung afferma che «per affetto è da intendersi uno stato di sentimento caratterizzato da un lato da percettibili innervazioni corporee, dall’altro da un peculiare disturbo del decorso rappresentativo. Come sinonimo di affetto uso anche emozione. Contrariamente a Bleuler, distinguo il sentimento dall’affetto per quanto frontiere precise non ne esistano, ogni sentimento, infatti, quando acquista una certa intensità, dà luogo a innervazioni corporee trasformandosi quindi in affetto. Tuttavia per motivi di ordine pratico sarà bene distinguere l’affetto dal sentimento, giacché quest’ultimo può essere una funzione di cui la volontà può disporre a suo piacimento, il che di solito non si può dire dell’affetto» (1921, p. 415). Approfondendo questa distinzione Jung prosegue dicendo: «Io concepisco l’affetto da un lato come uno stato di sentimento di natura psichica, dall’altro come uno stato di innervazione corporea di natura fisiologica, tali stati, sommandosi, agiscono l’uno sull’altro, vale a dire che, quando la componente sentimentale si accentua, si associa ad essa una componente sensoriale attraverso la quale l’affetto si accosta alla sensazione differenziandosi nettamente dallo stato di sentimento. Io considero gli affetti particolarmente pronunciati, accompagnati cioè da violente innervazioni corporee, come appartenenti al campo della funzione sensoriale e non a quello della funzione di sentimento» (1921, p. 415-416).
BIBLIOGRAFIA
- FENICHEL O., Trattato di psicoanalisi (1945), Astrolabio, Roma, 1951
- FREUD S., Le origini della psicoanalisi Lettere a Wilhelm Fliess 1887 1902, Boringhieri, Torino, 1968
- FREUD S. , Studi sull’isteria (in collaborazione con Josef Breuer) (1892-1895), in Opere, Boringhieri, Tonno, 1967, vol. I.
- FREUD S., Metapsicologia (1915), in Opere, Boringhieri, Torino, 1976, vol. VIII.
- FREUD S., Inibizione, sintomo e angoscia (1926), in Opere, cit., 1978, vol. X.
- JUNG C. G., Tipi psicologici (1921), in Opere, Boringhieri, Tonno, 1969, vol. VI.
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