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Angelicamente

Una scuola dello sguardo, cioè un’educazione sentimentale per i ragazzi e per gli adulti, perché un percorso di conoscenza di sé e degli altri sostenga il cammino ulteriore della vita. Sentire l’altro che è in noi come l’altro che è fuori di noi non è prerogativa di pochi ma un’abilità che, comunque, non si acquisisce spontaneamente. Di qui la necessità di una ‘scuola’.

Soltanto attraverso adeguati esercizi spirituali è possibile crescere in consapevolezza e imparare a vivere (1). Tra i compiti che ci attendono occorrerà prevedere ancora: imparare a morire (2), imparare a leggere (3), imparare a dialogare (4). Quest’ultimo esercizio a noi sembra il più familiare e forse il più facile da apprendere. In realtà, esso richiede che si stia in ascolto e in dialogo, perennemente aperti alle voci del mondo, per imparare a raggiungere la realtà dell’altro, ciò che gli è più proprio: la conoscenza della persona richiede attenzione e metodo, la presenza, il volto, il vissuto (l’esperienza vissuta come soggettività vissuta, sentimento di sé), la stratificazione della vita affettiva e la profondità del sentire, i sentimenti di valore, nei quali più profondamente ciascuno incontra se stesso.

«Quando io parlo con una persona umana, cerco con i miei occhi i suoi, prendo contatto con l’espressione della sua faccia, in modo da avvertire che la mia parola arriva al volto che mi sta dinanzi. E attraverso il volto a ciò che vi si esprime: allo spirito che pensa; al cuore che sente; alla persona che là esiste. Leggendo nel suo volto, io afferro le ripercussioni che vi si esprimono: afferro lui stesso» (Romano Guardini, Virtù, 1972).

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Gli occhi, lo sguardo e il volto sono modi di essere del corpo vivente radicalmente diversi da quelli del corpo fisico. Il corpo in questione – che non è riducibile al mero organismo (Körper), oggetto di studio delle scienze mediche – è il corpo vivente linguistico (Sprachleib), il soggetto che patisce, che agisce, che pensa. Occhi sguardo volto esprimono affezioni dell’anima e le comunicano all’altro. Tutte le complesse operazioni di empatia, delle quali ci serviamo dentro e fuori dei Centri di ascolto per accedere all’invisibile – cioè, alla realtà dell’anima dell’altro – passano attraverso lo sguardo. La parte più grande della nostra esistenza cade sotto lo sguardo dell’altro, anche ciò che è più proprio della singolarità dell’ente: l’inattingibile della «cosa ultima» (M.Cacciari) che costituisce l’invisibile (dell’esperienza).


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La prima tentazione che ci prende quando ci ritroviamo a considerare le esistenze infelici di uomini come Hölderlin, Leopardi, Rebora è quella di spiegarcele nei termini di una maturazione personale rimasta incompiuta. Può venire in nostro soccorso, forse, l’opera di Duccio Demetrio, Elogio dell’immaturità. Poetica dell’età irraggiungibile, edita da Cortina nel 1998. Già nella quarta di copertina leggiamo:

Chi avrà mai decretato che l’immaturità debba precedere ogni traguardo adulto? Perché non capovolgere questo luogo comune e pensare a un’immaturità che continui ad alimentare la nostra vita di innocenza e di speranza? L’immaturità non è un venir meno della maturità, il suo lato d’ombra o il suo tradimento, ma una possibile virtù, un tratto umano e psicologico tra i più fecondi. Certo è fondamentale distinguerla dalle pseudoimmaturità che hanno contribuito ad adombrare quanto di positivo le è proprio: è l’immaturità come risorsa che qui si suggerisce di coltivare, abbandonandosi alla sua “leggerezza”, quando troppa maturità ci opprime e ci spegne.

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Il ruolo dello sguardo nel Counseling.

SARA DE CARLO, L’inflessione dello sguardo. Maurice Merleau-Ponty e l’interrogazione sulla Natura

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ALBERTO OLIVERIO, Teoria delle emozioni

MARTHA NUSSBAUM, L’intelligenza delle emozioni

Martin Heidegger e le tonalità emotive fondamentali.

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L’educazione sentimentale non è da intendere come prescrizione di modelli di comportamento né come un sistema di censure etico-sociali riprese dal senso comune o dalla morale sessuale corrente. Innanzitutto, c’è da combattere l’analfabetismo emotivo, cioè la difficoltà di esprimere compiutamente un rapporto con se stessi, con le proprie emozioni, anche dando un nome ad esse: la battaglia per il riconoscimento, che costituisce uno dei modi d’essere fondamentali dell’amore, come troverà modo di esplicarsi, se la nostra afasia non sarà superata a vantaggio di un chiaro sentire? Sicuramente, tra ‘sentire’ e ‘dire’ è difficile stabilire cosa venga prima e cosa dopo. Quante storie si concludono con un fallimento di una parte o dell’altra per incapacità di difendere il proprio sentire, per la difficoltà di condurre vittoriosamente a termine ogni battaglia per far durare la relazione sentimentale? Tra fraintendimenti e incomprensioni, peserà poco la personale capacità di esprimere le proprie emozioni, difendendo un esatto sentire? Il rapporto uomo-donna andrà declinato in tutte le sue forme e i piani di realtà andranno raccordati tutti, per impedire derive del senso e dépense.