Se scrivere è una fatica nera - come ha dichiarato un writer, uno di quegli scrittori di professione del web che teorizzano sulla materia -, riferire il contenuto di un colloquio di motivazione è fatica nerissima. Incomincerò a scrivere, ma anche il post ‘quotidiano’ rischierà di rimanere a metà: quando l’emozione vincerà, abbandonerò la scrittura! La riprenderò in seguito, integrando il post interrotto o passando a notizie più facili da riferire. Se il lavoro di motivazione comporta una presa in carico della persona, la durata della relazione d’aiuto produce la costruzione di narrazioni che può essere interessante riferire. L’emozione dell’operatore nella relazione di aiuto è cosa seria che vorrei far emergere nei suoi contorni reali. Non mi costerà farlo, in quanto conduco colloqui da 17 anni ormai, senza ‘incidenti’ affettivi di nessun genere. La ricchezza della mia vita sentimentale costituisce la sponda da cui parlo, assieme ad una supervisione quotidiana con gli altri Operatori del Centro che garantisce la ‘visibilità’ dell’operato di ognuno di noi e la sicurezza delle ‘procedure’. L’arrischio della relazione - Cacciari chiama così l’esposizione all’altro, il contatto e lo scambio emotivo che si verificano ad ogni incontro - è pane quotidiano, a scuola, in Associazione, dovunque. L’alea del contatto con gli utenti - che non chiamerò mai così, perché da noi vengono persone - è prevista, contemplata, osservata, studiata, curata, educata.

Il colloquio di cui parlo è quello a cui mi dedico dal lunedì al venerdì dal 1989 per 50 settimane all’anno nel Centro di ascolto in cui faccio esperienza di volontariato. Il colloquio dura mediamente un’ora. L’interlocutore è prevalente un tossicomane. All’occorrenza, incontro i familiari e i partner; più raramente, insegnanti, amministratori, Operatori degli altri Servizi…

Venerdì 28 dicembre ho incontrato Angela (non dirò il suo vero nome, per ovvi motivi di privacy). I rari contatti precedenti risalgono alle occasioni che si sono presentate negli ultimi dieci anni, quando Luciano (anche questo nome non è quello vero) ci ha consentito di vederla. Oggi Luciano è in Comunità. Vi è rientrato dopo un programma interrotto nella fase delicata del reinserimento, per una serie di ragioni che scopriremo insieme e di cui parlerò quando sarà indispensabile farlo, per capire.

Angela fa parte del gruppo delle ragazze. Chiamiamo così le sorelle, le fidanzate, le mogli dei ragazzi di cui ci occupiamo. Non sono ‘ragazze’ per la loro età. Anche nel caso dei tossicomani, di tutti i tossicomani, si dice che sono ‘ragazzi’, indipendentemente dalla loro età: l’allusione all’interruzione della crescita è evidente. Anche nel caso delle ragazze c’è da porre un problema di crescita, c’è da chiedersi se sia persona veramente cresciuta una donna che si ferma anche per decenni con una persona che ha smesso di crescere. La conduzione del gruppo oggi, affidata ad una psicoterapeuta, non consente, tuttavia, di esprimere giudizi così netti su di loro. La mia riflessione sulla ’storia’ di Angela procederà parallelamente ad una ridefinizione della natura e dei compiti di quel gruppo: prenderò la conoscenza da quanto mi riferirà la terapeuta.

La questione della crescita è cruciale per noi, in quanto la natura stessa della tossicomania è da ricondurre ad una iniziazione mancata.

Invitata a dire come andassero le cose, Angela si è affrettata a dire che vanno un po’ meglio rispetto all’ultimo contatto che c’è stato tra me e lei (ho partecipato ad una seduta di assessment - un momento preliminare a una successiva presa in carico più mirata, voluto dalla Psicologa tra un incontro di gruppo e l’altro - in cui c’è stato uno scambio di opinioni sul caso, che io seguo da dieci anni circa: con Angela sono stati fissati punti di riferimento, perché riconoscesse l’errore da lei commesso negli anni passati, poiché che non aveva collaborato con il Centro nella conduzione del caso di Luciano).

Per ‘riscaldare’ il colloquio le ho fatto notare che avrebbe dovuto avere maggiore fiducia in noi, affidandosi, collaborando, contribuendo a farci conoscere l’andamento delle cose per Luciano, entrando come attore nella conduzione del caso. Quest’ultimo aspetto della questione, per come l’ho posto, ha giovato ad Angela: si è sentita subito rassicurata sulle mie ‘intenzioni’. Diradare sospetti, infatti, è compito permanente. Siamo costretti ad essere professionisti della comunicazione, fornendo sempre credenziali credibili, perché le cose procedano e perché procedano nella direzione da noi voluta.

Domenica c’è stata la telefonata in Comunità: ogni 15 giorni la famiglia sente il ragazzo. Si verifica preventivamente con la Comunità se il ragazzo gradisce il contatto anche con la sua donna. Angela era felice, perché aveva sentito Luciano, che le era sembrato contento: sta bene ed è stato gentile con lei. Per rendere ancora più positivo il clima del colloquio, le ho chiesto se Luciano è stato affettuoso e se aveva gradito la telefonata. Evidentemente, Angela ha ricevuto un’impressione di accettazione: racconta solo cose buone.

L’occasione della telefonata e il fatto che il contatto tra i due ci sia stato mi ha suggerito di riprendere il tema - sempre dibattuto nel gruppo delle ragazze - sui sentimenti del ragazzo che sta in Comunità: spesso, dopo un ingresso contrastato, il ragazzo ’scopre’ di non provare più alcun sentimento nei confronti della ragazza che è rimasta a casa. Il ragazzo comprende che si è trattato solo di manipolazione, non c’era sincerità… Allora, si lavora per far accettare la ‘novità’ alla ragazza.

Angela ha preso a frequentare il Centro dopo la partenza di Luciano. Ha accettato di buon grado di partecipare al gruppo delle ragazze. Da Venerdì 28 dicembre ha accettato di farsi seguire da me con colloqui settimanali. Il primo tema posto da lei stessa è il timore di perdere Luciano, la consapevolezza che Comunità può voler dire anche presa di coscienza relativamente a un sentimento che è stato segnato fortemente dall’esperienza coeva dell’assunzione di sostanze da parte del ragazzo: un partner del genere quanto era sincero? quanto vero il suo sentimento?

A proposito di sentimenti, la scuola prevalente, nel campo delle tossicomanie, non riconosce valore alcuno ai sentimenti nati e cresciuti nella fase acuta della dipendenza. L’esperienza ha dato quasi sempre ragione ai fautori di questa tesi. Io spingo la mia neutralità fino al punto di ritenere che una teoria è verificata in questo campo solo è verificata per tutti i casi. Ad Angela non dirò mai che sicuramente Luciano scoprirà di non amarla, di non averla mai amata veramente. In questo atteggiamento rilevo prudenza, metodo, pazienza.

PRUDENZA: Per quanto precede, ritengo che non sia mai possibile - in nessuna circostanza, anche non patologica - ‘concludere’ propendendo per la tesi dell’inattendibilità dei sentimenti: solo il tempo ci può dire se un sentimento sia vero o no. Compito del soggetto amoroso, infatti, è ‘dimostrare’ la serietà delle intenzioni (V.Jankélévitch dedica un intero volume a questo tema nel suo Trattato delle virtù) e per farlo occorre tempo; è nel tempo che osserviamo la natura delle intenzioni. Ricorrere ai metodi dell’argomentazione, basarsi su abduzioni, servirsi di lapsus, eccetera, per me è poco prudente, cioè poco saggio: non permette di comprendere veramente cosa veramente sia fecondo per il prosieguo della relazione. Il primo compito, infatti, è fare in modo che la persona non abbandoni, che senta il bisogno di tornare, che contribuisca alla strutturazione della relazione d’aiuto.

METODO: Io non so ancora cosa accadrà dalla parte di Luciano. Non posso e non debbo anticipare ‘risultati’: nei prossimi mesi scopriremo che ne è dei sentimenti di Luciano per Angela. D’altra parte, c’è da comprendere nel tempo anche che ne sarà dei sentimenti che Angela prova per Luciano: essi potranno rafforzarsi, estenuarsi nell’attesa, illanguidirsi e ‘morire’. Infatti, ho messo Angela di fronte a queste eventualità. C’è da lavorare insieme, allora. L’offerta di aiuto si è chiarita progressivamente nel corso del colloquio in termini di conoscenza della vita della sua mente. Fermo restando che la parte clinica non sarà nemmeno sfiorata da me, che lavorerò solo in superficie, situandomi alla superficie dei problemi, ho spiegato ad Angela che il lavoro sociale pertiene alla relazione sociale, si interessa e si occupa esclusivamente delle relazioni sociali che la persona intrattiene con le persone che sono parte delle reti in cui si muove. Postulare la sua presenza, allora, significa che sarà parte attiva nella conduzione del caso di Luciano - e questo è già remunerativo per lei, ché la situa al nostro livello! - e che trarrà sicuro giovamento dalla cura della sua anima, fortemente segnata com’è oggi dall’esperienza tossicomanica in cui si è trovata coinvolta.
Debbo dire tangenzialmente ora che ho toccato nel corso del colloquio anche la questione della famiglia di Angela, i rapporti con suo padre, giacché egli va e viene dalla casa della moglie, passando da un letto all’altro (si accompagna con ragazze straniere molto più giovani di lui, all’incirca dell’età di Angela). Ad Angela ho suggerito una rivoluzione mentale al riguardo: dovrebbe abbandonare l’idea che suo padre debba cambiare, che debba stare con sua madre. Angela ha riconosciuto che nel suo sistema delle attese c’è un padre che torna a casa, che non fa più soffrire sua madre… Le ho fatto notare che questo significa entrare nei rapporti di coppia dei genitori, mettere in questione il ruolo di moglie e marito dei propri genitori. E questa è cosa che non ci compete. Possiamo fare al riguardo tutto quello che vogliamo, ma la cosa più saggia è stare lontani dalla vita intima dei genitori, se essa è eccentrica, cioè se esula dagli schemi dati della relazione con l’altro genitore, per cui la funzione genitoriale ‘oscura’ la relazione di coppia, a vantaggio della relazione educativa con i figli. Se i genitori sono una coppia alla deriva, non ha molto senso inseguire i ‘pezzi’ della coppia: non ‘raggiungeremo’ mai risultati soddisfacenti per noi. Ammesso che sia possibile comprendere cosa accade in una coppia.

PAZIENZA: Il cuore dell’esperienza d’aiuto è la relazione d’aiuto, non il risultato, non la ‘guarigione’. Conta il viaggio, il cammino che si fa insieme, il fatto che la persona non sia più sola, che possa depositare la sua ansia da qualche parte, che possa trovare motivi di conforto, ma soprattutto che possa scoprire le vere intenzioni che la agitano e che la inducono ad agire o che paralizzano l’azione. La possibilità del cambiamento è tutta nella capacità dell’Operatore di incidere sulla struttura delle motivazioni. L’esito della relazione - se si può dire che una relazione debba avere uno ’sbocco’ - è nella possibilità che deve essere offerta alla persona di oscillare tra Progetto e Destino, come ci viene suggerito dal campo terapeutico. Io ritengo che la relazione sociale che si struttura nei Servizi sociali presenti forti analogie con il campo terapeutico. Leggere al riguardo quanto scrivevo più di dieci anni fa su Progetto e Destino.

[…]

← Pagina successivaPagina precedente →