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	<title>Sotto il segno di Epimeteo</title>
	<link>http://www.epimeteo.net</link>
	<description>diario delle posizioni</description>
	<pubDate>Sun, 30 Dec 2007 07:49:14 +0000</pubDate>
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		<title>Il colloquio di motivazione</title>
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		<pubDate>Sun, 30 Dec 2007 07:31:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriele De Ritis</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[CMS]]></category>

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&#160;


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			<content:encoded><![CDATA[<p align="center"><img border="0" align="top" width="494" src="http://www.gabrielederitis.it/images/colloquio1.jpg" alt="colloquio" height="707" /></p>
<p align="center"><img border="0" align="middle" width="677" src="http://www.gabrielederitis.it/images/colloquio2.jpg" alt="colloquio2" height="1042" /></p>
<p align="center"><img border="0" align="middle" width="727" src="http://www.gabrielederitis.it/images/colloquio3.jpg" alt="colloquio3" height="523" /></p>
<p align="center"><img border="0" width="1" src="http://www.gabrielederitis.it/images/colloquio4.jpg" height="1" /><img border="0" align="middle" width="854" src="http://www.gabrielederitis.it/images/colloquio4.jpg" alt="colloquio4" height="1029" /></p>
<p align="center"><img border="0" align="middle" width="854" src="http://www.gabrielederitis.it/images/colloquio5.jpg" alt="colloquio5" height="1228" /></p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p align="center"><img border="0" align="middle" width="845" src="http://www.gabrielederitis.it/images/colloquio6.jpg" alt="colloquio6" height="1232" /><img border="0" align="middle" width="845" src="http://www.gabrielederitis.it/images/colloquio6.jpg" alt="colloquio6" height="1232" /></p>
<p align="center"><img border="0" align="bottom" width="1" src="http://www.gabrielederitis.it/images/colloquio7.jpg" alt="colloquio7" height="1" /><img border="0" align="middle" width="1" src="http://www.gabrielederitis.it/images/colloquio7.jpg" alt="colloquio7" height="1" /><img border="0" align="middle" width="854" src="http://www.gabrielederitis.it/images/colloquio7.jpg" alt="colloquio7" height="1232" /></p>
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		<title>Storia di Angela</title>
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		<pubDate>Sat, 29 Dec 2007 08:50:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriele De Ritis</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Narrazioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Se scrivere è una fatica nera - come ha dichiarato un writer, uno di quegli scrittori di professione del web che teorizzano sulla materia -, riferire il contenuto di un colloquio di motivazione è fatica nerissima. Incomincerò a scrivere, ma anche il post &#8216;quotidiano&#8217; rischierà di rimanere a metà: quando l&#8217;emozione vincerà, abbandonerò la scrittura! La [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Se <em>scrivere è una fatica nera</em> - come ha dichiarato un writer, uno di quegli scrittori di professione del web che teorizzano sulla materia -, riferire il contenuto di un <u>colloquio di motivazione</u> è fatica nerissima. Incomincerò a scrivere, ma anche il post &#8216;quotidiano&#8217; rischierà di rimanere a metà: quando l&#8217;emozione vincerà, abbandonerò la scrittura! La riprenderò in seguito, integrando il post interrotto o passando a notizie più facili da riferire. Se il lavoro di motivazione comporta una <em>presa in carico</em> della persona, la durata della relazione d&#8217;aiuto produce la costruzione di <u>narrazioni</u> che può essere interessante riferire. L&#8217;emozione dell&#8217;operatore nella relazione di aiuto è cosa seria che vorrei far emergere nei suoi contorni reali. Non mi costerà farlo, in quanto conduco colloqui da 17 anni ormai, senza &#8216;incidenti&#8217; affettivi di nessun genere. La ricchezza della mia vita sentimentale costituisce la sponda da cui parlo, assieme ad una supervisione quotidiana con gli altri Operatori del Centro che garantisce la &#8216;visibilità&#8217; dell&#8217;operato di ognuno di noi e la sicurezza delle &#8216;procedure&#8217;. L&#8217;<em>arrischio della relazione</em> - Cacciari chiama così l&#8217;esposizione all&#8217;altro, il contatto e lo scambio emotivo che si verificano ad ogni incontro - è pane quotidiano, a scuola, in Associazione, dovunque. L&#8217;alea del contatto con gli utenti - che non chiamerò mai così, perché da noi vengono persone - è prevista, contemplata, osservata, studiata, curata, educata.</p>
<p>Il colloquio di cui parlo è quello a cui mi dedico dal lunedì al venerdì dal 1989 per 50 settimane all&#8217;anno nel Centro di ascolto in cui faccio esperienza di volontariato. Il colloquio dura mediamente un&#8217;ora. L&#8217;interlocutore è prevalente un tossicomane. All&#8217;occorrenza, incontro i familiari e i partner; più raramente, insegnanti, amministratori, Operatori degli altri Servizi&#8230;</p>
<p>Venerdì 28 dicembre ho incontrato Angela (non dirò il suo vero nome, per ovvi motivi di privacy). I rari contatti precedenti risalgono alle occasioni che si sono presentate negli ultimi dieci anni, quando Luciano (anche questo nome non è quello vero) ci ha consentito di vederla. Oggi Luciano è in Comunità. Vi è rientrato dopo un programma interrotto nella fase delicata del reinserimento, per una serie di ragioni che scopriremo insieme e di cui parlerò quando sarà indispensabile farlo, per capire.</p>
<p>Angela fa parte del <a target="_blank" href="http://www.epimeteo.net/28/12/2007/modalita-di-lavoro-con-le-ragazze/" title="gruppo ragazze">gruppo delle ragazze</a>. Chiamiamo così le sorelle, le fidanzate, le mogli dei ragazzi di cui ci occupiamo. Non sono &#8216;ragazze&#8217; per la loro età. Anche nel caso dei tossicomani, di tutti i tossicomani, si dice che sono &#8216;ragazzi&#8217;, indipendentemente dalla loro età: l&#8217;allusione all&#8217;interruzione della crescita è evidente. Anche nel caso delle ragazze c&#8217;è da porre un problema di crescita, c&#8217;è da chiedersi se sia persona veramente cresciuta una donna che <em>si ferma</em> anche per decenni con una persona che ha smesso di crescere. La conduzione del gruppo oggi, affidata ad una psicoterapeuta, non consente, tuttavia, di esprimere giudizi così netti su di loro. La mia riflessione sulla &#8217;storia&#8217; di Angela procederà parallelamente ad una ridefinizione della natura e dei compiti di quel gruppo: prenderò la conoscenza da quanto mi riferirà la terapeuta.</p>
<p>La questione della crescita è cruciale per noi, in quanto la natura stessa della tossicomania è da ricondurre ad <a target="_blank" href="http://www.gabrielederitis.it/?p=396" title="Iniziazione mancata">una iniziazione mancata</a>.</p>
<p>Invitata a dire come andassero le cose, Angela si è affrettata a dire che vanno un po&#8217; meglio rispetto all&#8217;ultimo contatto che c&#8217;è stato tra me e lei (ho partecipato ad una seduta di <em>assessment</em> - un momento preliminare a una successiva presa in carico più mirata, voluto dalla Psicologa tra un incontro di gruppo e l&#8217;altro - in cui c&#8217;è stato uno scambio di opinioni sul caso, che io seguo da dieci anni circa: con Angela sono stati fissati punti di riferimento, perché riconoscesse l&#8217;errore da lei commesso negli anni passati, poiché che non aveva collaborato con il Centro nella conduzione del caso di Luciano).</p>
<p>Per &#8216;riscaldare&#8217; il colloquio le ho fatto notare che avrebbe dovuto avere maggiore fiducia in noi, affidandosi, collaborando, contribuendo a farci conoscere l&#8217;andamento delle cose per Luciano, entrando come attore nella conduzione del caso. Quest&#8217;ultimo aspetto della questione, per come l&#8217;ho posto, ha giovato ad Angela: si è sentita subito rassicurata sulle mie &#8216;intenzioni&#8217;. Diradare sospetti, infatti, è compito permanente. Siamo costretti ad essere professionisti della comunicazione, fornendo sempre credenziali credibili, perché le cose procedano e perché procedano nella direzione da noi voluta.</p>
<p>Domenica c&#8217;è stata la telefonata in Comunità: ogni 15 giorni la famiglia sente il ragazzo. Si verifica preventivamente con la Comunità se il ragazzo gradisce il contatto anche con la sua donna. Angela era felice, perché aveva sentito Luciano, che le era sembrato contento: sta bene ed è stato gentile con lei. Per rendere ancora più positivo il clima del colloquio, le ho chiesto se Luciano è stato affettuoso e se aveva gradito la telefonata. Evidentemente, Angela ha ricevuto un&#8217;impressione di accettazione: racconta solo cose buone.</p>
<p>L&#8217;occasione della telefonata e il fatto che il <em>contatto</em> tra i due ci sia stato mi ha suggerito di riprendere il tema - sempre dibattuto nel gruppo delle ragazze - sui sentimenti del ragazzo che sta in Comunità: spesso, dopo un ingresso contrastato, il ragazzo &#8217;scopre&#8217; di non provare più alcun sentimento nei confronti della ragazza che è rimasta a casa. Il ragazzo comprende che si è trattato solo di manipolazione, non c&#8217;era sincerità&#8230; Allora, si lavora per far accettare la &#8216;novità&#8217; alla ragazza.</p>
<p>Angela ha preso a frequentare il Centro dopo la partenza di Luciano. Ha accettato di buon grado di partecipare al gruppo delle ragazze. Da Venerdì 28 dicembre ha accettato di farsi seguire da me con colloqui settimanali. Il primo tema posto da lei stessa è il timore di perdere Luciano, la consapevolezza che Comunità può voler dire anche presa di coscienza relativamente a un sentimento che è stato segnato fortemente dall&#8217;esperienza coeva dell&#8217;assunzione di sostanze da parte del ragazzo: un partner del genere quanto era sincero? quanto vero il suo sentimento?</p>
<p>A proposito di sentimenti, la scuola prevalente, nel campo delle tossicomanie, non riconosce valore alcuno ai sentimenti nati e cresciuti nella fase acuta della dipendenza. L&#8217;esperienza ha dato quasi sempre ragione ai fautori di questa tesi. Io spingo la mia neutralità fino al punto di ritenere che una teoria è verificata in questo campo solo è verificata per <u>tutti</u> i casi. Ad Angela non dirò mai che sicuramente Luciano scoprirà di non amarla, di non averla mai amata veramente. In questo atteggiamento rilevo prudenza, metodo, pazienza.</p>
<p>PRUDENZA: Per quanto precede, ritengo che non sia mai possibile - in nessuna circostanza, anche non patologica - &#8216;concludere&#8217; propendendo per la tesi dell&#8217;inattendibilità dei sentimenti: solo il tempo ci può dire se un sentimento sia vero o no. Compito del soggetto amoroso, infatti, è &#8216;dimostrare&#8217; la serietà delle intenzioni (V.Jankélévitch dedica un intero volume a questo tema nel suo <em>Trattato delle virtù</em>) e per farlo occorre tempo; è <em>nel tempo</em> che osserviamo la natura delle intenzioni. Ricorrere ai metodi dell&#8217;argomentazione, basarsi su abduzioni, servirsi di lapsus, eccetera, per me è poco prudente, cioè poco saggio: non permette di comprendere veramente cosa veramente sia fecondo per il prosieguo della relazione. Il primo compito, infatti, è fare in modo che la persona non abbandoni, che senta il bisogno di tornare, che contribuisca alla strutturazione della relazione d&#8217;aiuto.</p>
<p>METODO: Io non so ancora cosa accadrà dalla parte di Luciano. Non posso e non debbo anticipare &#8216;risultati&#8217;: nei prossimi mesi scopriremo che ne è dei sentimenti di Luciano per Angela. D&#8217;altra parte, c&#8217;è da comprendere nel tempo anche che ne sarà dei sentimenti che Angela prova per Luciano: essi potranno rafforzarsi, estenuarsi nell&#8217;attesa, illanguidirsi e &#8216;morire&#8217;. Infatti, ho messo Angela di fronte a queste eventualità. C&#8217;è da lavorare insieme, allora. L&#8217;offerta di aiuto si è chiarita progressivamente nel corso del colloquio in termini di conoscenza della vita della sua mente. Fermo restando che la parte clinica non sarà nemmeno sfiorata da me, che lavorerò solo in superficie, situandomi alla superficie dei problemi, ho spiegato ad Angela che il lavoro sociale pertiene alla relazione sociale, si interessa e si occupa esclusivamente delle relazioni sociali che la persona intrattiene con le persone che sono parte delle reti in cui si muove. Postulare la sua <u>presenza</u>, allora, significa che sarà parte attiva nella conduzione del caso di Luciano - e questo è già remunerativo per lei, ché la situa al nostro livello! - e che trarrà sicuro giovamento dalla <em>cura</em> della sua <u>anima</u>, fortemente segnata com&#8217;è oggi dall&#8217;esperienza tossicomanica in cui si è trovata coinvolta.<br />
Debbo dire tangenzialmente ora che ho toccato nel corso del colloquio anche la questione della famiglia di Angela, i rapporti con suo padre, giacché egli va e viene dalla casa della moglie, passando da un letto all&#8217;altro (si accompagna con ragazze straniere molto più giovani di lui, all&#8217;incirca dell&#8217;età di Angela). Ad Angela ho suggerito una rivoluzione mentale al riguardo: dovrebbe abbandonare l&#8217;idea che suo padre debba cambiare, che debba stare con sua madre. Angela ha riconosciuto che nel suo sistema delle attese c&#8217;è un padre che torna a casa, che non fa più soffrire sua madre&#8230; Le ho fatto notare che questo significa entrare nei rapporti di coppia dei genitori, mettere in questione il ruolo di moglie e marito dei propri genitori. E questa è cosa che non ci compete. Possiamo fare al riguardo tutto quello che vogliamo, ma la cosa più saggia è stare lontani dalla vita intima dei genitori, se essa è eccentrica, cioè se esula dagli schemi dati della relazione con l&#8217;altro genitore, per cui la funzione genitoriale &#8216;oscura&#8217; la relazione di coppia, a vantaggio della relazione educativa con i figli. Se i genitori sono una coppia alla deriva, non ha molto senso inseguire i &#8216;pezzi&#8217; della coppia: non &#8216;raggiungeremo&#8217; mai risultati soddisfacenti per noi. Ammesso che sia possibile comprendere cosa accade in una coppia.</p>
<p>PAZIENZA: Il cuore dell&#8217;esperienza d&#8217;aiuto è la relazione d&#8217;aiuto, non il risultato, non la &#8216;guarigione&#8217;. Conta il viaggio, il cammino che si fa insieme, il fatto che la persona non sia più sola, che possa depositare la sua ansia da qualche parte, che possa trovare motivi di conforto, ma soprattutto che possa scoprire le vere intenzioni che la agitano e che la inducono ad agire o che paralizzano l&#8217;azione. La possibilità del cambiamento è tutta nella capacità dell&#8217;Operatore di incidere sulla struttura delle motivazioni. L&#8217;esito della relazione - se si può dire che una relazione debba avere uno &#8217;sbocco&#8217; - è nella possibilità che deve essere offerta alla persona di oscillare tra Progetto e Destino, come ci viene suggerito dal campo terapeutico. Io ritengo che la relazione sociale che si struttura nei Servizi sociali presenti forti analogie con il campo terapeutico. Leggere al riguardo quanto scrivevo più di dieci anni fa su <a target="_blank" href="http://www.epimeteo.net/28/12/2007/progetto-e-destino/" title="Progetto e Destino">Progetto e Destino</a>.</p>
<p>[&#8230;]</p>
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		<title>Progetto e Destino</title>
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		<pubDate>Fri, 28 Dec 2007 08:38:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriele De Ritis</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Metodo]]></category>

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		<description><![CDATA[PROGETTO E DESTINO: il «diventa ciò che sei» di Pindaro e Nietzsche e la sua scomposizione nel campo psicoterapeutico.  
Si tratta di «AIUTARE I SINGOLI A DIVENTARE QUELLO CHE SONO», facendo bene attenzione al cambiamento che subisce il &#8216;campo&#8217; sul quale si esercita l&#8217;azione terapeutica, in quanto la formula da cui siamo partiti si moltiplica nelle [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><span style="font-size: 12pt; font-family: 'Bookman Old Style','serif'">PROGETTO E DESTINO</span></strong><span style="font-size: 12pt; font-family: 'Bookman Old Style','serif'">: il «diventa ciò che sei» di Pindaro e Nietzsche e la sua scomposizione nel campo psicoterapeutico.<o></o></span><span style="font-size: 12pt; font-family: 'Bookman Old Style','serif'"><o></o> </span><span style="font-size: 12pt; font-family: 'Bookman Old Style','serif'"><o></o> </span></p>
<p><span style="font-size: 12pt; font-family: 'Bookman Old Style','serif'"></span><span style="font-size: 12pt; font-family: 'Bookman Old Style','serif'">Si tratta di «AIUTARE I SINGOLI A DIVENTARE QUELLO CHE SONO<span style="font-variant: small-caps">»</span>, facendo bene attenzione al cambiamento che subisce il &#8216;campo&#8217; sul quale si esercita l&#8217;azione terapeutica, in quanto la formula da cui siamo partiti si moltiplica nelle altre formule: «DIVENTA CIÒ CHE NON SEI», «NON DIVENTARE CIÒ CHE SEI», «NON DIVENTARE CIÒ CHE NON SEI<span style="font-variant: small-caps">».<o></o></span></span><span style="font-size: 12pt; font-family: 'Bookman Old Style','serif'"><o></o> </span></p>
<p><span style="font-size: 12pt; font-family: 'Bookman Old Style','serif'"></span><span style="font-size: 12pt; font-family: 'Bookman Old Style','serif'">In questo senso, occorrerà capire bene cosa implichi il motto <u>DIVENTA CIÒ CHE SEI</u>. Una persona deve essere aiutata a realizzare la <em>propria</em> natura, più che a passare a vivere quella che a noi sembra la forma di vita migliore. Allora, tornare a vivere &#8216;libera-mente&#8217; significa imparare a <u>riconoscere e ad accettare come un <em>dato</em> il proprio Sé</u>. A questo deve conformarsi la vera o pretesa libertà dell&#8217;Io. Ogni eventuale integrazione o «riparazione» del proprio nucleo originario non comporterà mai un mutamento sostanziale o un annullamento di quella parte di sé che «non piace». Su questa base teorica e metodologica l&#8217;asserto di partenza si potrà chiarire, allora, con le espressioni popolari «SII TE STESSO», «NON TRADIRE TE STESSO<span style="font-variant: small-caps">». </span>La fuoriuscita dalla tossicodipendenza coinciderà, per il resto della vita della persona, con l&#8217;accettazione del proprio DESTINO<span style="font-variant: small-caps">.<o></o></span></span><span style="font-size: 12pt; font-family: 'Bookman Old Style','serif'"><o></o> </span></p>
<p><span style="font-size: 12pt; font-family: 'Bookman Old Style','serif'"></span><span style="font-size: 12pt; font-family: 'Bookman Old Style','serif'">«<u>DIVENTA CIÒ CHE NON SEI</u>», ovvero <u>la possibilità del mutamento</u>. L&#8217;esperienza ci ha insegnato che il PROGETTO supera il destino quando si avverte come possibile la trasformazione della propria vita sotto la spinta di mete ideali, per quanto esse siano arginate dal principio di realtà. L&#8217;utopia, l&#8217;esodo, la speranza non sono esiti negati dalla psicoterapia. Rispetto al «diventa ciò che sei», il «diventa ciò che non sei» non si pone come opposto che lo esclude ma come elemento complementare. Si tratta di far interagire &#8216;libera-mente&#8217; i due momenti nella relazione terapeutica, orientando l&#8217;ascolto nella direzione suggerita dalle modificazioni che intervengono nel &#8216;campo&#8217; e dai &#8216;punti di resistenza&#8217; che affiorano.<o></o></span><span style="font-size: 12pt; font-family: 'Bookman Old Style','serif'"><o></o> </span></p>
<p><span style="font-size: 12pt; font-family: 'Bookman Old Style','serif'"></span><span style="font-size: 12pt; font-family: 'Bookman Old Style','serif'">«<u>NON DIVENTARE CIÒ CHE SEI</u>» o del<u>la liberazione limitata dai condizionamenti</u>. Sia i condizionamenti naturali che i condizionamenti culturali costituiscono una determinazione che occulta una natura più originaria che non possiamo escludere di poter realizzare nel corso della nostra vita. Non saremo noi a suggerire all&#8217;utente questa meta come senz&#8217;altro desiderabile, in quanto essa si mostrerà spontaneamente e in forme imprevedibili nello spazio terapeutico. La problematicità di quest&#8217;ultimo decide sul corso che prenderanno le cose. L&#8217;altro si dislocherà &#8216;libera-mente&#8217; sotto la guida accorta dell&#8217;operatore.<o></o></span><span style="font-size: 12pt; font-family: 'Bookman Old Style','serif'"><o></o> </span></p>
<p><span style="font-size: 12pt; font-family: 'Bookman Old Style','serif'"></span><span style="font-size: 12pt; font-family: 'Bookman Old Style','serif'">«<u>NON DIVENTARE CIÒ CHE NON SEI</u><span style="font-variant: small-caps">»</span>: <u>fedeltà al dato originario e perseverazione nella libertà finita</u>. Solo apparentemente siamo ritornati al primitivo «diventa ciò che sei». In realtà, il progetto (diventare) si adegua al destino (ciò che sei) con un movimento che potremmo dire centrifugo, mentre nella forma originaria il movimento è, per così dire, centripeto. Qui si ammette la possibilità di diventare «altro», pertanto di assumere forme, norme, stereotipi e modalità forniti dai modelli storici diffusi in una determinata cultura, e questa possibilità è assunta come rischio di fuga da sé, come pericolo di infedeltà al dato originario. Tuttavia questa possibilità, per quanto astratta, comporta quella libertà senza la quale ogni imperativo non avrebbe senso. Si tratta di una libertà finita, una libertà che si esercita all&#8217;interno di condizioni sia pure non del tutto necessitanti. La possibilità di essere se stessi assume valore proprio perché viene preservata questa libertà finita. L&#8217;altro oscillerà &#8216;libera-mente&#8217; dentro la personale dialettica libertà-necessità.<o></o></span><span style="font-size: 12pt; font-family: 'Bookman Old Style','serif'"><o></o> </span></p>
<p><span style="font-size: 12pt; font-family: 'Bookman Old Style','serif'"></span><span style="font-size: 12pt; font-family: 'Bookman Old Style','serif'">La scomposizione in quattro momenti, a partire dalla formula di partenza, è tipica della fondamentale problematicità che dischiude dinanzi a noi il campo psicoterapeutico: solo in questo spazio di incertezza costitutiva si manifestano sia le possibilità autentiche del diventare se stessi e del non fuggire da se stessi, sia i rischi fecondi della trasformazione del dato originario e del mutamento della direzione.<o></o></span><span style="font-size: 12pt; font-family: 'Bookman Old Style','serif'"><o></o> </span></p>
<p align="center"><span style="font-size: 12pt; font-family: 'Bookman Old Style','serif'">(</span><span style="font-size: 12pt; font-family: 'Bookman Old Style','serif'">Brani liberamente tratti e adattati da <o></o></span><span style="font-size: 12pt; font-family: 'Bookman Old Style','serif'">MARIO TREVI, <em>Il lavoro psicoterapeutico. Limiti e controversie</em>, THEORIA<span style="font-variant: small-caps"> 1993)<o></o></span></span><span style="font-size: 12pt; font-family: 'Bookman Old Style','serif'"><o></o> </span></p>
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		<title>Modalità di lavoro con le ragazze</title>
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		<pubDate>Fri, 28 Dec 2007 07:12:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriele De Ritis</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Metodo]]></category>

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		<description><![CDATA[Il lavoro sociale del Gruppo dei Volontari si arricchisce di una modalità in più da diversi anni: il gruppo delle sorelle, delle fidanzate e delle mogli dei ragazzi che frequentano l’Associazione.   
Fin dai primi anni di vita del Centro è stato notato il carico di sofferenze che si trovano a vivere le ragazze indicate. Un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-family: 'Bookman Old Style','serif'">Il <u>lavoro sociale</u> del Gruppo dei Volontari si arricchisce di una modalità in più da diversi anni: il gruppo delle sorelle, delle fidanzate e delle mogli dei ragazzi che frequentano l’Associazione.<o></o></span><span style="font-family: 'Bookman Old Style','serif'"><span>   </span></span></p>
<p><span style="font-family: 'Bookman Old Style','serif'"><span></span>Fin dai primi anni di vita del Centro è stato notato il carico di sofferenze che si trovano a vivere le ragazze indicate. Un fondatore di Comunità in quegli anni sosteneva che <u>i fratelli dei tossicodipendenti soffrono più degli stessi genitori</u> e raccomandava di non trascurarli nel lavorare con le famiglie.<o></o></span><span style="font-family: 'Bookman Old Style','serif'"><span>   </span></span></p>
<p><span style="font-family: 'Bookman Old Style','serif'"><span></span>Si potrebbe dire che, al pari di quello che si fa con i genitori, anche questo è <u>un coinvolgimento parallelo</u>, che non avrà di mira la conduzione del caso, interamente assegnata ai genitori, ma che è destinato a dare i suoi frutti, sicuramente per le persone che lo vivono.<o></o></span><span style="font-family: 'Bookman Old Style','serif'"><span>   </span></span></p>
<p><span style="font-family: 'Bookman Old Style','serif'"><span></span>In termini di salute mentale delle ragazze, il gruppo del mercoledì, infatti, sortisce un primo naturale effetto: quello di aiutare le ragazze a <u>gestire la loro ansia</u>, in un confronto nel quale si incontrano sorelle e partner del ragazzo, anche se non dello stesso ragazzo. Insomma, donne ‘a diverso titolo’ si interrogano insieme sulla tossicodipendenza, che si ritrovano a ‘vivere’, talvolta addirittura ‘condividendola’, in una prossimità che sconfina nell’aperta complicità.<o></o></span><span style="font-family: 'Bookman Old Style','serif'"><span>   </span></span></p>
<p><span style="font-family: 'Bookman Old Style','serif'"><span></span>Inizialmente, si tratta di una sorta di ‘autocoscienza’ di gruppo, come si chiamava negli anni settanta il gruppo femminista nel quale la donna si apriva e si interrogava sulle sue pulsioni segrete cercando risposte ai suoi dilemmi. Ben presto, però, tutte le ragazze comprendono che del vecchio gruppo di autoco-scienza non ha le caratteristiche un gruppo nel quale non si propone nessuna sollecitazione che possa alterare delicati equilibri o turbare un’esistenza già inquieta: non essendo gruppo esperienziale a conduzione psicologica, guidato cioè da un terapeuta, quello delle ragazze ha una funzione diversa.<o></o></span><span style="font-family: 'Bookman Old Style','serif'"><span>   </span></span></p>
<p><span style="font-family: 'Bookman Old Style','serif'"><span></span>Sorelle, fidanzate, mogli, tutte le donne che vivono accanto ai ragazzi tossicodipendenti vivono a loro volta <u>una condizione di disagio</u>, diversa ma comunque segnata dal dolore. Anch’esse vittime delle bugie, dei sotterfugi; implicate nelle sottili forme di ‘complicità’ a cui la convivenza spesso costringe, più spesso spettatrici impotenti di ‘traffici’ in casa, di rumorosi litigi, di gravi contrasti, di drammatiche lacerazioni, esse sono destinate prima o poi a chiedersi che tipo d’uomo sia il fratello, il fidanzato, il marito che hanno accanto.<o></o></span><span style="font-family: 'Bookman Old Style','serif'"><span>  <br />
</span>O meglio, che tipo di donna sia la sorella, la fidanzata, la moglie, se ha creduto di poterne <u>cambiare la vita con la sola forza dei sentimenti</u>.<o></o></span><span style="font-family: 'Bookman Old Style','serif'"><span>   </span>Il confronto nel gruppo favorisce la scoperta del<u>la natura dei sentimenti</u>, del loro potere nella relazione umana, ma anche i loro limiti, qualora si considerino espressione separata, forza autonoma capace di indurre il cambiamento laddove sia richiesto. I sentimenti legano ma rischiano di tradursi in vincolo e basta, cioè di limitare la vita della coscienza, di costituirsi come affezione dell’anima che fa soffrire soltanto, che non dà più alcuna gioia, quando non siano fondati sulla realtà di responsabilità condivise.<o></o></span><span style="font-family: 'Bookman Old Style','serif'"><span>   </span></span></p>
<p><span style="font-family: 'Bookman Old Style','serif'"><span></span>Tutte le relazioni che il gruppo ‘tenta’, cioè affronta nella loro problematicità, concorrono a ridefinire la collocazione della ragazza e a ricostituire il senso di un’<u>appartenenza</u>. Identità e alterità, identità e differenza, libertà e responsabilità, ‘femminilità’ e ‘maschilità’, maternità e paternità, ‘sorellanza’ e vita di coppia sono solo alcuni dei territori esplorati.<o></o></span><span style="font-family: 'Bookman Old Style','serif'"><span>   </span></span></p>
<p><span style="font-family: 'Bookman Old Style','serif'"><span></span><u>Prossimità e distanza</u> nel rapporto con il ragazzo costituiscono il primo approccio ai problemi personali, che la ragazza impara a rappresentarsi in modo più consapevole. <u>Graduare la distanza</u> nella realtà della relazione affettiva è il compito più grande, se si considera il coinvolgimento sentimentale che in questo caso va a costituire la natura stessa della relazione umana. La presa di coscienza del tempo grande necessario per imparare a misurare la distanza, imparando a bastare a se stessa, è un primo risultato che la ragazza consegue nel gruppo.<o></o></span><span style="font-family: 'Bookman Old Style','serif'"><span>   </span></span></p>
<p><span style="font-family: 'Bookman Old Style','serif'"><span></span>La scoperta di un’<u>identità</u> non del tutto chiara, incompiuta o poco assertiva nella partner aiuta a ricondurre i problemi di coppia all’interno della definizione di sé, del problema della costruzione di un Sé non ‘alienato’, che non si mostri interamente ‘donato’, proiettato sull’altro. I confini tra io e mondo esterno, i meccanismi di difesa dell’io, la proiezione di sé, in particolare, sono terreni di indagine e di ‘studio’. L’approdo comune è dato spesso dalla scoperta che l’identità femminile – come quella maschile – si definisce all’interno della vita di coppia: è di fronte all’altro/a che si capisce in che modo è uomo un uomo ed è donna una donna. I percorsi dell’identità, infine, sono lasciati alla loro enigmaticità e alla loro difficile definizione. Le soluzioni etiche, politiche, religiose restano opzioni non solo legittime, ma di fatto praticate da tutti.<o></o></span><span style="font-family: 'Bookman Old Style','serif'"><span>   </span></span></p>
<p><span style="font-family: 'Bookman Old Style','serif'"><span></span>L’<u>alterità</u> del ragazzo, la natura della sua personalità, la difficoltà di cambiare l’altro, la legittimità di questa pretesa, le possibilità di successo di questa impresa arricchiscono il lavoro del gruppo. Il rispetto dell’alterità dell’altro è l’approdo comune, anche se raggiunto per vie non sempre chiare e limpide.<o></o></span><span style="font-family: 'Bookman Old Style','serif'"><span>   </span></span></p>
<p><span style="font-family: 'Bookman Old Style','serif'"><span></span>La <u>responsabilità</u>, da una parte e dall’altra, come assunto di base ma anche come meta da raggiungere, posizione da mantenere; libertà e coscienza morale, la costituzione di sé come soggetto morale, il ‘peso’ della libertà come ‘bisogno’ di responsabilità, la libertà nella vita dei sentimenti, la dipendenza funzionale nella vita di coppia sono le tracce forti del lavoro con il gruppo strutturato.<o></o></span><span style="font-family: 'Bookman Old Style','serif'"><span>   </span></span></p>
<p><span style="font-family: 'Bookman Old Style','serif'"><span></span>La <u>maternità</u> e la <u>paternità</u> come caldo sentire, ruolo forte e profilo alto della persona, investimento morale e compito pratico si affacciano continuamente e rincorrono le altre questioni, intrecciandosi a tutte le altre ansie e agli affanni. Il ‘vissuto’ delle ragazze, intorno alle questioni sentimentali e morali che la condizione di genitori in giovane età genera, guadagna anche il livello della difficoltà di costruire un ruolo per il padre, in una società che non aiuta nessuno a riconoscere in forme adeguate tale ruolo.<o></o></span><span style="font-family: 'Bookman Old Style','serif'"><span>   </span></span></p>
<p><span style="font-family: 'Bookman Old Style','serif'"><span></span>Il <u>destino della coppia</u>, spesso sull’orlo della rottura, esce ridefinito, in uno spazio rinnovato quale è quello del tempo grande della relazione d’aiuto: ricostituendo le sue ‘certezze’ femminili, la ragazza può dispiegare in modo rinnovato la sua coscienza, assegnare il giusto peso al tempo, il valore diverso alle sue dimensioni – al passato, al presente e al futuro -, riprendere a sperare, perché ci si salva soltanto insieme.<o></o></span><span style="font-family: 'Bookman Old Style','serif'"><span>   </span></span></p>
<p><span style="font-family: 'Bookman Old Style','serif'"><span></span>Il guadagno più grande, però, resta per tutti la presa di coscienza e la conoscenza del rapporto esistente tra pensieri e sentimenti ed emozioni. Sapere che <u>emozioni e sentimenti nascono dai nostri pensieri</u> e che <u>il governo dei sentimenti è possibile</u>, a partire dall’esperienza del dolore, basta a farci guardare con rinnovata fiducia a noi stessi e agli altri. La speranza nasce anche da qui.<o></o></span><span style="font-family: 'Bookman Old Style','serif'"><o></o> </span></p>
<p><span style="font-family: 'Bookman Old Style','serif'">(Questo documento è stato scritto diversi anni fa, quando il gruppo delle ragazze si riuniva di mercoledì, contemporaneamente al gruppo dei genitori. Il gruppo era tenuto da una volontaria con grande esperienza educativa. Oggi si riunisce il giovedì ed è tenuto da una psicoterapeuta. Oggi è gruppo terapeutico, non più &#8217;sociale&#8217;).</span></p>
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		<title>Liberi di donare</title>
		<link>http://www.epimeteo.net/25/11/2007/liberi-di-donare/</link>
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		<pubDate>Sun, 25 Nov 2007 13:00:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriele De Ritis</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Epimeteo]]></category>

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		<description><![CDATA[MASSIMO CACCIARI,
Liberi di donare

La parola &#8220;volontariato&#8221; non rende adeguatamente il significato del dono, che si fonda sulla libertà intesa come responsabilità.


Premessa
 Tenterò di riflettere sui fondamenti del volontariato, ossia la sua ragione di fondo.Intanto, in senso provocatorio, mi chiedo se il termine volontariato renda l&#8217;idea. Forse non fa giustizia delle ragioni del volontariato.Vorrei ricordare quei versi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3 align="center" style="margin: 0cm 0cm 0pt"><strong><span style="font-size: 12pt; font-family: 'Bookman Old Style','serif'">MASSIMO CACCIARI,<br />
<em>Liberi di donare</em><o></o></span></strong></h3>
<p><span style="font-family: 'Bookman Old Style','serif'"></span><span style="font-family: 'Bookman Old Style','serif'"></p>
<p align="center" style="margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoBodyText">La parola &#8220;volontariato&#8221; non rende adeguatamente il significato del dono, che si fonda sulla libertà intesa come responsabilità.</p>
<p><a name="Premessa2" title="Premessa2"></a><strong><span style="color: black; font-family: 'Bookman Old Style','serif'"><o></o></span></strong></p>
<p></span></p>
<h4 align="center" style="margin: 0cm 0cm 0pt"><span><strong><span style="font-size: 12pt; font-family: 'Bookman Old Style','serif'">Premessa</span></strong></span><span></span><span style="font-size: 12pt; font-family: 'Bookman Old Style','serif'"><o></o></span></h4>
<p><span style="color: black; font-family: 'Bookman Old Style','serif'"><o></o> </span><span style="font-family: 'Bookman Old Style','serif'">Tenterò di riflettere sui fondamenti del volontariato, ossia la sua ragione di fondo.<o></o></span><span style="font-family: 'Bookman Old Style','serif'">Intanto, in senso provocatorio, mi chiedo se il termine volontariato renda l&#8217;idea. Forse non fa giustizia delle ragioni del volontariato.<o></o></span><span style="font-family: 'Bookman Old Style','serif'">Vorrei ricordare quei versi di Dante nel canto di Paolo e Francesca, quando dice &#8220;…Quali colombe dal disio chiamate con l’ali alzate e ferme al dolce nido vengono per l’aere dal voler portate&#8221;. Qui le anime di due dannati che hanno sottomesso la ragione al loro arbitrio vengono ritratte volando per l’aere dal voler portate. Cioè la volontà può essere ritenuta <em>causa sui</em>: la nostra volontà, se ci pensiamo, è sempre già accaduta. La nostra volontà segue necessariamente il nostro essere. Se ci limitassimo alla nostra volontà dovremmo dire che il nostro operare segue al nostro essere.<o></o></span></p>
<h4 style="margin: 0cm 0cm 0pt"><a name="Volontà e libertà" title="Volontà e libertà"></a><strong><span style="font-size: 12pt; font-family: 'Bookman Old Style','serif'"><o></o></span></strong></h4>
<h4 align="center" style="margin: 0cm 0cm 0pt"><span><strong><span style="font-size: 12pt; font-family: 'Bookman Old Style','serif'">Volontà e libertà</span></strong></span><strong><span style="font-size: 12pt; font-family: 'Bookman Old Style','serif'"><o></o></span></strong></h4>
<p><span style="color: black; font-family: 'Bookman Old Style','serif'"><o></o> </span><span style="font-family: 'Bookman Old Style','serif'">Ritengo che non vi sia nessun sviluppo lineare tra volontà e ciò che il volontariato intende. Cioè il volontariato parla di volontà, ma intende un’altra cosa, che non ha nessun rapporto semplice, lineare, univoco, con la volontà. Intende cioè la libertà.<o></o></span><span style="font-family: 'Bookman Old Style','serif'">Ma libera non è mai la volontà in quanto tale. Ciò che noi possiamo dire è che desideriamo ardentemente di essere liberi, però non c’è nessuna dimostrazione possibile che siamo effettivamente liberi. Per affrontare il problema dobbiamo procedere fino a disperare della nostra volontà: lì vi è il contraccolpo che dà vita al volontariato. Cattivo nome, io ritengo. Perché doveva inventare un nome che non ha la sua radice nella volontà, ma nella libertà.<o></o></span><span style="font-family: 'Bookman Old Style','serif'">Se noi comprendiamo come sia impossibile dare una dimostrazione razionale della libertà e tanto più della volontà, ebbene se noi giungiamo fino a questo fondo, fino all’angustia dicevano i padri medievali, fino a sentirci soffocare dall’impossibilità di definire ciò che ardentemente desideriamo, cioè l’essere libero, da lì scatta il fatto di essere costretti a prenderci cura di questa nostra angustia.<o></o></span><span style="font-family: 'Bookman Old Style','serif'">La volontà si vuole libera, decide di essere libera dal fondo della sua <em>humilitas</em>, perché noi reagiamo a questo soffocamento quando comprendiamo quanto ardentemente desideriamo ciò che ci è impossibile definire. Quando comprendiamo che non siamo in grado di dirci liberi, di dirci <em>causa sui</em>.<o></o></span><span style="font-family: 'Bookman Old Style','serif'">La libertà è la volontà che si vuole libera, che decide per la propria libertà, o meglio ancora che crede nella propria libertà.<o></o></span><span style="font-family: 'Bookman Old Style','serif'">Il volontario è colui che crede nella propria libertà, perché sente fino in fondo insopportabile il soffocamento, l’angustia per la necessità, propria e di chiunque altro. E crede di potersi far libero. Crede, ma non è possibile dimostrarlo. Questo è un fatto fondamentale, perché su questa base il volontario è sempre caratterizzato da una profonda <em>humilitas</em> e da una profonda <em>insecuritas</em>. È davvero nel suo atteggiamento l’opposto di alcunché di confessionale e di fondamentalista, proprio perché è colui che cerca disperatamente di farsi libero e di fare libero. E questo essere <em>insecurus</em>, <em>humilis</em> lo caratterizza laicamente rispetto a tanto fondamentalismo laicista che circola. Quindi il volontario è il vero laico, perché il vero laico dal punto di vista filosofico razionale è colui che sa, ma mentre il pensiero puramente laico come quello di Spinoza si conclude necessariamente in una posizione scettica, il volontario decide, e questo non ha a che fare con un fondamento razionale, decide o scommette di credere di poter essere libero e di poter fare libero.<o></o></span></p>
<h4 style="margin: 0cm 0cm 0pt"><a name="La responsabilità come risposta" title="La responsabilità come risposta"></a><strong><span style="font-size: 12pt; font-family: 'Bookman Old Style','serif'"><o></o></span></strong></h4>
<h4 align="center" style="margin: 0cm 0cm 0pt"><span><strong><span style="font-size: 12pt; font-family: 'Bookman Old Style','serif'">La responsabilità come risposta</span></strong></span><strong><span style="font-size: 12pt; font-family: 'Bookman Old Style','serif'"><o></o></span></strong></h4>
<p><span style="color: black; font-family: 'Bookman Old Style','serif'"><o></o> </span><span style="font-family: 'Bookman Old Style','serif'">Il volontario è quello che risponde allo stato di necessità, colui che risponde all’angustia, propria e a quella degli altri, perché vede il mondo dominato dalla necessità, e questo gli è insostenibile e inaccettabile e perciò crede di poter essere libero.<o></o></span><span style="font-family: 'Bookman Old Style','serif'">La responsabilità è un grande nome che non può continuare ad essere ridotto ad un’etica del calcolo razionale. La responsabilità viene da un termine impegnativo. Spendo in greco voleva dire &#8220;libare agli dei&#8221;. E <em>respondere</em> in latino viene dallo stesso termine da cui viene sposare, cioè una promessa che ti impegna integralmente.<o></o></span><span style="font-family: 'Bookman Old Style','serif'">Il volontario è colui che risponde, cioè colui il cui esserci è determinato dal tentativo, dalla ricerca di dare risposta all’angustia, allo stato di massima necessità, di massima sofferenza. Che è di ognuno di noi nel momento in cui sente che ciò che massimamente desidera, l’essere libero, non gli è afferrabile, non è determinabile. Allora c’è la simpatia, la consofferenza. Il termine chiave da usare è responsabilità, ma secondo il grande impegno del termine. Si risponde alla disperazione. A colui che non pensa più di poter essere salvo, di potersi conservare. E ciò propriamente fa il volontariato, questa è la sua cura.<o></o></span><span style="font-family: 'Bookman Old Style','serif'">Questo significa essere figli, perché è figlio colui che risponde, che necessariamente è in relazione, perché il figlio è inconcepibile senza una radice, un’appartenenza, senza l’<em>hu-militas</em>. Cioè il fatto di sapere che la sua volontà è determinata, che sono una serie di cause che hanno necessitato il suo volere. E quindi la libertà del figlio si determina tutta nella capacità di rispondere. Ecco l’abisso con la concezione contemporanea di libertà. La libertà come idea di obbligazione non è un concetto solo cristiano o islamico, è un’idea romana. Quando la libertà non è obbligazione i romani la chiamavano <em>licentia</em>. C’è la libertà che è obbligazione e c’è la libertà che è licenza e che non è libertà, perché la libertà è tutta nella capacità di rispondere, ma dove la risposta non è quella del papà buono, ma quella del servo co-sofferente: niente di filantropico.<o></o></span><a name="La radicalità del dono" title="La radicalità del dono"></a><span style="font-family: 'Bookman Old Style','serif'"><o></o> </span></p>
<h4 align="center" style="margin: 0cm 0cm 0pt"><span><strong><span style="font-size: 12pt; font-family: 'Bookman Old Style','serif'">La radicalità del dono</span></strong></span><strong><span style="font-size: 12pt; font-family: 'Bookman Old Style','serif'"><o></o></span></strong></h4>
<p><span style="color: black; font-family: 'Bookman Old Style','serif'"><o></o> </span><span style="font-family: 'Bookman Old Style','serif'">Ormai certi termini stanno perdendo ogni significato, li usano tutti dappertutto. Libertà, responsabilità, democrazia, sono diventati <em>flatus voci</em>, musica d’atmosfera. Bisogna ridefinire i termini e su questa base definire da che parte stare.<o></o></span><span style="font-family: 'Bookman Old Style','serif'">Libertà è obbligazione, responsabilità. La libertà obbliga, non libera. Ma allora se la libertà ha questo significato è evidente che se la libertà si caratterizza come responsabilità, al colmo della libertà starà la mia capacità di abbandonarmi completamente nella risposta, proprio di farmi tutto risposta. Allora, se la libertà è responsabilità, sarò completamente libero quando mi sarò svuotato completamente nella risposta. Quando non sarò altro che risposta. Ecco il concetto radicale di dono, che dovrà illuminare ogni atto donativo: la libertà come responsabilità si conclude necessariamente nella mia capacità di farmi dono, di farmi risposta, e il donare è da questo punto di vista l’immagine più propria della libertà.<o></o></span><span style="font-family: 'Bookman Old Style','serif'">Da questo punto di vista non si distingue tra credente e non credente. Il credente è colui che crede che la sua libertà e la sua capacità di donare gli sia a sua volta donata, e questo non lo può dire il non credente. Ma sul fatto che libertà è concepibile solo come responsabilità e dono non vi può essere differenza tra i due. La differenza si pone a tutt’altro livello, più propriamente teologico.<o></o></span><span style="font-family: 'Bookman Old Style','serif'">E allora, lungo il cammino che ci conduce a questa idea di libertà come responsabilità e dunque dono, vi è in tutta la sua drammatica evidenza la parabola evangelica, quella di <em>Luca 17,10</em>. Quando dice che alcuni servi fanno tutto quello che il padrone gli aveva comandato e alla fine della loro giornata di lavoro sono chiamati a dire: abbiamo fatto tutto quello che dovevamo, siamo servi inutili. Siamo servi perché semplicemente facendo il nostro lavoro abbiamo obbedito, in più inutili, dal radicalissimo punto di vista del Vangelo. Cioè fintanto che tu obbedisci soltanto in questa chiave e non ami, e cioè non dimostri questa tua sovrumana e indefinibile libertà attraverso il dono e il sacrificio di te che è il dono della tua libertà, non solo sei servo ma sei anche inutile. Eppure sono persone che hanno fatto fino in fondo il loro dovere, assolutamente incontestabili.<o></o></span><span style="font-family: 'Bookman Old Style','serif'">Questa è la radicalità con cui dobbiamo affrontare queste questioni. Perché qualsiasi nostra pratica viene illuminata dalla sua idea limite. E all’interno di questa possiamo sviluppare anche tutte le nostre politiche, che staranno da una parte precisa, in giusto conflitto con le altre. Perché il conflitto è sano visto che fa maturare delle decisioni e senza le decisioni non c’è figlio, non c’è uomo maturo, non c’è volontariato.<o></o></span><span style="color: black; font-family: 'Bookman Old Style','serif'"><o></o> </span></p>
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		<title>Immaginario</title>
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		<pubDate>Sun, 25 Nov 2007 12:54:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriele De Ritis</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Il campo dell’immaginario è costituito dall’insieme delle rappresentazioni che superano il limite posto dai dati dell’esperienza e dalle associazioni deduttive ad esse legate. Ciò significa che ogni cultura, quindi ogni società, e addirittura ciascun livello di una società complessa ha il proprio immaginario. In altri termini, il limite tra il reale e l’immaginario si rivela [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: 12pt; font-family: 'Bookman Old Style','serif'">Il campo dell’immaginario è costituito dall’insieme delle rappresentazioni che superano il limite posto dai dati dell’esperienza e dalle associazioni deduttive ad esse legate. Ciò significa che ogni cultura, quindi ogni società, e addirittura ciascun livello di una società complessa ha il proprio immaginario. In altri termini, il limite tra il reale e l’immaginario si rivela variabile, mentre al contrario il territorio attraversato da questa linea di confine resta sempre e dovunque identico, poiché non è altro che l’intero mondo dell’esperienza umana, dagli aspetti più collettivi e sociale a quelli più intimi e personali: la curiosità per gli orizzonti lontani nel tempo e nello spazio, per terre inconoscibili, per le origini degli uomini e delle nazioni; l’inquietudine e l’angoscia ispirate dalle incognite dell’avvenire e del presente; la coscienza del corpo e del vissuto, l’attenzione rivolta agli involontari moti dell’anima, ai sogni per esempio; gli interrogativi sulla morte; le alternanze tra il desiderio e la sua repressione; la costrizione sociale, generatrice delle manifestazioni di evasione o di rifiuto, per mezzo del racconto utopistico ascoltato o letto, per mezzo dell’immagine o del gioco, delle arti della festa e dello spettacolo. Ne consegue che se vogliamo conoscere, attraverso tutti questi temi, l’immaginario delle società lontane da noi nel tempo, o anche nello spazio, non potre fare a meno di tracciare il confine che lo separa dal reale per noi stessi, nella nostra propria cultura.<o :p></o></span><span style="font-size: 12pt; font-family: 'Bookman Old Style','serif'"><o :p> </o></span><span style="font-size: 12pt; font-family: 'Bookman Old Style','serif'">[ <em>Storia dell’immaginario</em>, di EVELYNE PATLAGEAN, pag. 291 de <em>La nuova storia</em>, a cura di JACQUES LE GOFF, Oscar Studio Mondadori 1980 ]<o :p></o></span></p>
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		<title>Empatia</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Nov 2007 06:22:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriele De Ritis</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[CMS]]></category>

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&#160; 
 

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			<content:encoded><![CDATA[<p align="center"><a href="http://www.epimeteo.net/wp-content/uploads/2007/11/empatia1.jpg"><img style="border-top-width: 0px; border-left-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-right-width: 0px" height="484" alt="empatia1" src="http://www.epimeteo.net/wp-content/uploads/2007/11/empatia1-thumb.jpg" width="318" border="0" /></a> </p>
<p align="center"><a href="http://www.epimeteo.net/wp-content/uploads/2007/11/empatia2.jpg"><img style="border-top-width: 0px; border-left-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-right-width: 0px" height="484" alt="empatia2" src="http://www.epimeteo.net/wp-content/uploads/2007/11/empatia2-thumb.jpg" width="315" border="0" /></a> </p>
<p align="center"><a href="http://www.epimeteo.net/wp-content/uploads/2007/11/empatia3.jpg"><img style="border-top-width: 0px; border-left-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-right-width: 0px" height="484" alt="empatia3" src="http://www.epimeteo.net/wp-content/uploads/2007/11/empatia3-thumb.jpg" width="310" border="0" /></a></p>
<p align="center"><a href="http://www.epimeteo.net/wp-content/uploads/2007/11/empatia4.jpg"><img style="border-top-width: 0px; border-left-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-right-width: 0px" height="484" alt="empatia4" src="http://www.epimeteo.net/wp-content/uploads/2007/11/empatia4-thumb.jpg" width="310" border="0" /></a>&#160; </p>
<p align="center"><a href="http://www.epimeteo.net/wp-content/uploads/2007/11/empatia5.jpg"><img style="border-top-width: 0px; border-left-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-right-width: 0px" height="484" alt="empatia5" src="http://www.epimeteo.net/wp-content/uploads/2007/11/empatia5-thumb.jpg" width="297" border="0" /></a> </p>
<p align="center"><a href="http://www.epimeteo.net/wp-content/uploads/2007/11/empatia6.jpg"><img style="border-top-width: 0px; border-left-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-right-width: 0px" height="484" alt="empatia6" src="http://www.epimeteo.net/wp-content/uploads/2007/11/empatia6-thumb.jpg" width="464" border="0" /></a></p>
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		<title>Il tono di un incontro</title>
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		<pubDate>Fri, 09 Nov 2007 10:54:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriele De Ritis</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Narrazioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Incontrare un ragazzo (spesso un ragazzo-adulto) &#8216;tossico&#8217; significa riconoscersi, accettare di stare nella stessa stanza, seduti l&#8217;uno di fronte all&#8217;altro, parlare. I rogersiani assegnano al contatto emotivo un valore grande, quasi fosse la via d&#8217;accesso all&#8217;anima. E, d&#8217;altra parte, per quale altra via accedere a ciò che è sentire, patire, consentire? La risonanza emotiva è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><font color="#000000">Incontrare un ragazzo (spesso un ragazzo-adulto) &#8216;tossico&#8217; significa riconoscersi, accettare di stare nella stessa stanza, seduti l&#8217;uno di fronte all&#8217;altro, parlare. I rogersiani assegnano al contatto emotivo un valore grande, quasi fosse la via d&#8217;accesso all&#8217;anima. E, d&#8217;altra parte, per quale altra via accedere a ciò che è sentire, patire, consentire? La risonanza emotiva è uscire dall&#8217;indifferenza. Fino a pochi minuti prima, la stanza è vuota e insignificante. Gli oggetti - anche quelli che mi porto dietro da casa - sono pressoché insignificanti. C&#8217;è noia intorno. Suonano alla porta. Un sobbalzo. L&#8217;apparizione di una persona dà colore alla stanza, tono agli affetti. Mi sembra di incominciare ad esistere. Al di fuori di quel luogo certamente esisto, ma è dentro che percepisco il vuoto, se non c&#8217;è persona che si rivolga a me. E&#8217; così che ogni posto diventa un luogo, un dove: se appare qualcuno che entri in contatto con noi, è dove si fa l&#8217;esperienza del <em>cum</em>, dello stare insieme. Ma le persone stanno insieme per <em>fare qualcosa insieme</em>. E di certo accade qualcosa dove si sta insieme per fare qualcosa insieme. </font></p>
<p><font color="#000000">Il <em>grado zero</em> è dato dal semplice stare. C&#8217;è chi viene solo per stare un po&#8217; lì. Senza ammettere che lì c&#8217;è qualcuno. Se non ci fosse nessuno, non avrebbe senso andare lì piuttosto che altrove! Dunque, io so che qualcuno viene non semplicemente per stare un po&#8217; lì, nella sede del Centro, perché magari fuori piove o perché è in fuga da qualcosa o perché una ragione sconosciuta lo ha spinto a venire. Siamo di fronte al dato evidente che la persona è lì senza una ragione da dichiarare. Semplice resistenza? Umore intrattabile? Ogni spiegazione scientifica mi condurrebbe solo alla verità, ma ogni verità ottenuta per vie esterne al dialogo per me non ha valore. Io seguo ormai come principio definitivo per l&#8217;azionel&#8217;idea di Hofmannsthal che <font color="#ffffff" style="background-color: #333300">la verità è il tono di un incontro</font>. Io cerco delicatamente gli accessi, i cunicoli, i corridoi, gli anfratti, i sentieri impervi che conducono da qualche parte. Mi interessa la realtà, non la verità. Se l&#8217;incontro è reale, se la persona che mi sta di fronte è venuta ad incontrare me, lo scoprirò presto. Mi parlerà di sé. Non avrà timore a farlo. Perché sa di non correre pericoli. Non è rischioso affidarsi a chi è disposto in ascolto senza giudicare.</font></p>
<p><font color="#000000">9 novembre 2007</font></p>
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		<title>Sotto il segno di Epimeteo</title>
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		<pubDate>Thu, 08 Nov 2007 07:22:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriele De Ritis</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Epimeteo]]></category>

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		<description><![CDATA[Tutti conoscono la storia di Prometeo, colui che prima pensa e poi agisce, pochi conoscono la storia di suo fratello Epimeteo, colui che prima agisce e poi pensa. Eppure i loro destini sono inscindibili.
«Vi fu un&#8217;epoca in cui gli Dei esistevano, ma gli esseri mortali non esistevano ancora. Quando arrivò il tempo destinato alla loro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><font color="#000080" style="background-color: #ffffff">Tutti conoscono la storia di Prometeo, colui che prima pensa e poi agisce, pochi conoscono la storia di suo fratello Epimeteo, colui che prima agisce e poi pensa. Eppure i loro destini sono inscindibili.</font></p>
<p><font style="background-color: #ffffff"><font color="#000080"><span style="font-size: 14pt; color: black; font-family: 'Bookman Old Style','serif'">«</span><em>Vi fu un&#8217;epoca in cui gli Dei esistevano, ma gli esseri mortali non esistevano ancora. Quando arrivò il tempo destinato alla loro nascita, gli Dei li formarono sotto la terra, con terra, fuoco e tutto ciò che si mescola con questi elementi. Volendo portarli poi alla luce, gli Dei ordinarono a Prometeo e ad Epimeteo di ornare quegli esseri e di distribuire tra di loro le capacità secondo quanto a ciascuno di loro spettava. Epimeteo ottenne da Prometeo di poter procedere da solo alla distribuzione. L&#8217;imprudente distribuì tutto tra gli animali, in modo che l&#8217;uomo restò completamente indifeso e nudo. Così il provvido Prometeo non poté fare a meno di rubare il fuoco e le arti di Efesto e di Pallade Atena dal loro tempio comune, per regalarli al genere umano. Da allora l&#8217;uomo è capace di vivere, ma Prometeo - per quanto la colpa fosse di Epimeteo - fu punito per la sua azione. E fu punito, come era giusto, tramite il fratello Epimeteo. </em></font></font></p>
<p><em><font color="#000080" style="background-color: #ffffff">- Figlio di Giapeto, tu che sai più di tutti gli altri, tu ti rallegravi di aver rubato il fuoco e di avermi ingannato; ma ciò sarà a danno tuo e degli uomini futuri. Essi infatti riceveranno da me, in cambio del fuoco, una maledizione di cui gioiranno, circondando d&#8217;amore ciò che costituirà la loro disgrazia.  </font></em></p>
<p><em><font color="#000080" style="background-color: #ffffff">Così parlò il padre degli Dei e degli uomini e rise. Egli ordinò subito a Efesto di mescolare un po&#8217; di terra e acqua, d&#8217;introdurvi voce umana e forza e di creare una bella e desiderabile fanciulla simile nell&#8217;aspetto alle Dee immortali. Ad Atena fu ordinato di insegnarle l&#8217;arte di tessere, lavoro femminile, all&#8217;aurea Afrodite di circonfondere la testa della fanciulla di fascino amoroso e di desideri struggenti. A Ermes Zeus ordinò di dotare la fanciulla di una spudoratezza da cagna e di fallacità. Tutti obbedirono all&#8217;ordine del sovrano. Il celebre artefice fece con la terra l&#8217;immagine di una pudica fanciulla. Pallade Atena la ornò di una cintura e di una veste. Le Cariti e Peito le misero al collo una collana d&#8217;oro. Le Ore inghirlandarono la fanciulla con fiori primaverili. Ermes le pose nel petto la menzogna, le lusinghe e l&#8217;inganno. Il messaggero degli Dei le conferì voce e chiamò la donna Pandora, poiché tutti gli Olimpici l&#8217;avevano creata come un dono, a danno degli uomini mangiatori di pane. </font></em></p>
<p><font style="background-color: #ffffff"><font color="#000080"><em>Quando fu pronta l&#8217;insidia minacciosa, contro la quale non vi è difesa, il padre inviò il celebre e veloce messaggero da Epimeteo, con il dono. Questi non si preoccupò di ciò che Prometeo una volta gli aveva detto, cioè di non accettare alcun regalo da parte di Zeus, bensì di rimandargli tutto, affinché nessun male derivasse ai mortali. Prese il dono e solo in seguito si accorse del male. Prima il genere umano era vissuto sulla terra senza alcun male, senza fatiche e malattie che dovessero portare alla morte gli uomini. Ora invece la donna levò il coperchio del grosso vaso e lasciò che si diffondesse dappertutto il suo contenuto, a triste scapito degli uomini. Soltanto Elpis, la Speranza, rimase dentro il carcere indistruttibile,  sotto l&#8217;orlo del vaso, e non volò fuori. Davanti a lei la donna chiuse il coperchio, secondo la volontà di Zeus. Il resto dello sciame, innumerevole e triste, circola da allora dappertutto tra gli uomini e la terra è piena di male e pieno di male è il mare. Le malattie colpiscono gli uomini di giorno, vengono inattese di notte, fatali e mute, poiché Zeus astuto negò loro la voce. Non vi è dunque alcuna via per ingannare la perspicacia di Zeus. La storia della creazione della donna continuava raccontando come la giovane creatura, di fresco venuta al mondo, avesse levato per curiosità il coperchio di un recipiente del tipo di quei grandi vasi di terracotta in cui noi ancora oggi conserviamo l&#8217;olio e il frumento, lasciando libero lo sciame dei mali che vi erano rinchiusi. Con questi mali, e precisamente con le malattie, venne nel mondo anche la morte e così si compì la distinzione tra gli uomini e gli Dei immortali</em>» (K.KERENYI, <em>Gli dei e gli eroi della Grecia</em>, Garzanti, Milano, 1982). </font></font></p>
<p><font color="#000080" style="background-color: #ffffff">In sintesi, Prometeo aiuta l&#8217;uomo a vivere, strappando i segreti agli Dei, Epimeteo porta all&#8217;umanità la morte abbandonandosi spensieratamente all&#8217;Eros. </font></p>
<p><font color="#000080" style="background-color: #ffffff">Prometeo è l&#8217;eroe che lotta per strappare agli Dei il controllo sul destino umano, Epimeteo è l&#8217;eroe che vuole godere i doni degli Dei a costo di ammalarsi e morire. </font></p>
<p><font color="#000080" style="background-color: #ffffff">Prometeo non teme il destino, le catene e la morte, Epimeteo si accorge che deve morire quando è ormai troppo tardi. Entrambi amano la vita ma Prometeo la abbraccia, Epimeteo ne è abbracciato.</font></p>
<p><font color="#000080" style="background-color: #ffffff">Prometeo contempla la vita e la può «salvare», Epimeteo s&#8217;abbandona alla vita e può «perderla». </font></p>
<p><font color="#000080" style="background-color: #ffffff">Prometeo aiuta a «vivere», Epimeteo deve essere aiutato a «morire». </font></p>
<p><font color="#000080" style="background-color: #ffffff">Con queste parole di FRANCESCO CAMPIONE più di dieci anni fa veniva inaugurata la pubblicazione di una rivista, ZETA. RICERCHE E DOCUMENTI SULLA MORTE E SUL MORIRE, di cui abbiamo voluto riproporre per intero l&#8217;Editoriale del primo numero. Le ragioni ideali che la animavano sono ancora le nostre.  Non siamo riusciti a trovare la sede della Redazione, per chiedere il permesso di riprodurre quel testo esemplare. <br />
Ma proseguiamo nella sua lettura. </font></p>
<p><font color="#000080" style="background-color: #ffffff">Ecco perché una rivista che si propone, come quella che oggi vede la luce, di occuparsi e preoccuparsi dell&#8217;uomo che muore per mano di Eros (cioè, perché prima agisce e poi pensa, perché agisce istintivamente, perché vuole vivere pienamente la sua naturalità), deve essere intitolata a Epimeteo piuttosto che a Prometeo, diversamente da come tendono a pensare coloro che vivono al di sopra di Eros  (ci si riferisce qui alla frequente mancata integrazione della dimensione erotico-biologico-pulsionale nel modo di intendere l&#8217;esistenza che si basi su principi ideali o etici). </font></p>
<p><font color="#000080" style="background-color: #ffffff">In altre parole, questo nostro lavoro è dedicato a Epimeteo, cioè all&#8217;uomo-eroe che, abbandonandosi alla vita, proprio per ciò la consuma e continuamente «muore», all&#8217;uomo che nel tentativo di essere pienamente se stesso scopre continuamente di non esserlo mai del tutto, perché è stanco, malato, spossessato, bisognoso, bramoso del nuovo, inebetito, incosciente, drogato, incompleto, vuoto, solo, falso, ferito, umiliato, moribondo, angosciato. </font></p>
<p><font color="#000080" style="background-color: #ffffff">[&#8230;]</font></p>
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