Dopo il
1989, cioè dopo
l'avvio dell'esperienza di volontariato con i
tossicomani,
è tempo di bilanci per me. Non siamo a nessuna svolta;
nessuna teoria è intervenuta a sconvolgere le antiche
certezze, eppure sento il bisogno di ridefinire il linguaggio, di
ritornare a dire di nuovo cosa significhi l'esperienza tossicomanica
per me.
Io ero convinto, per cominciare, che non di esperienza si trattasse,
che l'esperienza sia solo lo sforzo 'costruttivo' che facciamo per
'edificare' la nostra esistenza. Ho parlato anche di 'esistenza
spezzata', per significare un'interruzione della vita, dell'esistenza,
della crescita personale. Non che io voglia 'salvare'
alcunché di quella che chiamo 'esperienza tossicomanica': in
essa non c'è niente di 'buono'.
Tuttavia, in essa 'resta' un
margine
di riflessività che rappresenta la 'base' da cui
la persona 'riparte' poi, quando intervenga la volontà di
affrontare un tentativo di 'recupero'. Le trasformazioni che le
sostanze inducono nella personalità del tossicodipendente
non sono tali da rendere impossibile un cammino di recupero. Quando non
siamo in presenza di danni cerebrali causati da acidi si può
parlare di processi reversibili: l'azione terapeutica ed educativa
produce effetti visibili. I processi riparativi e ricostruttivi che
sono indispensabili per un ritorno alla vita libera dalle sostanze
favoriscono una 'risalita', una fuoriuscita da ogni dipendenza che
occorrerà solo sostenere nel tempo, per evitare facili
'ricadute'.
Quel che c'è di nuovo andrà cercato nella
percezione del mio ruolo, nell'identità di Educatore, che si
è precisata in un senso filosofico-morale, oltre ogni
declinazione psicologica e sociologica dell'esistenza personale. Posso
dire senz'altro di sentirmi
interprete e consulente
dell'esistenza e della biografia delle
persone che si affidano a me.
Consulenza filosofica e
pratica letteraria orientano
ormai il lavoro sociale in una direzione che non è
più genericamente definibile come 'volontariato'.